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Galileo e la vigna delle veneri

Galileo fu invitato alla villa di S.Gaudenzio, sulle colline di Sofignano, alla fine di luglio del 1630, ospite di Giovanfrancesco Buonamici, che con lo scienziato vantava una parentela da parte della moglie Alessandra Bocchineri: la sorella di lei, Sestilia, aveva sposato a Prato l’anno prima il figlio di Galileo, Vincenzo.
Lo scienziato aveva appena concluso la stesura del suo  "Dialogo dei massimi sistemi" e quella fu l'ultima estate di quiete, dopo le fatiche di lunghi anni di studio: ancora non sapeva che la richiesta di pubblicazione della sua opera maggiore lo avrebbe portato in aperto contrasto con le autorità ecclesiastiche e che il destino gli riservava la scomunica e l'abiura. Proprio nei difficili anni che seguirono, Giovanfrancesco e Alessandra Buonamici, in segno di affetto, inviarono a Galileo il vino della loro Vigna delle Veneri: particolarmente apprezzato dallo scienziato, come egli si compiacque di significare nelle lettere del 4 febbraio 1633 e del 13 agosto 1636.
Con il gentiluomo pratese, che era all’epoca ambasciatore alla corte di Madrid e le cui imprese, come massimo esponente della sua famiglia, furono istoriate sulle pareti della villa di Savignano, nacque un’amicizia profonda, di cui resta larga traccia nell’epistolario con lo scienziato, nel quale emerge una reciproca stima in breve tempo trasformatasi in amicizia.
C'era tra i due un'affinità intellettuale tesa alla conoscenza ed alle nuove scoperte. Il Buonamici per Galileo poteva costituire all’epoca un punto di riferimento alla corte spagnola: una finestra aperta sulle grandi esplorazioni geografiche che solcavano l'Oceano Atlantico.
La corrispondenza con il Giovanfrancesco è di assoluto valore scientifico, attorno alla scoperta di Galileo per graduare le longitudini, punto massimo, e che solo resta per l'ultima perfezione dell'arte nautica, come scrisse egli stesso: soprattutto per l’interesse che si era acceso anche in Spagna su questo tema.
Dalla corte di Madrid giungeva il forte interessamento verso l'opera del grande scienziato, per risolvere il dilemma del secolo: come ritrovare, in successivi viaggi, le isole scoperte dai navigatori.
Tra il 1629 e il 1630 Galileo era nel pieno delle sue elaborazioni scientifico-filosofiche, quelle che dettero adito alla presentazione del "Dialogo sui massimi sistemi".
Sollecitato dal Granduca, il 30 gennaio 1630 aveva scritto un parere fondato sul moto dei corpi, allorché il sovrano gli chiese di trovare il modo di regolare il corso del fiume Bisenzio che attraversa la vallata omonima: quesito a cui rispose basandosi su alcune dimostrazioni giocate tra la fisica e la geometria, dopo aver letto i resoconti di due ingegneri dell’epoca.
Galileo non aveva una conoscenza diretta della zona e l’invito che gli giunse nel luglio 1630 lo incuriosì, anche per il fascino che su di lui esercitavano le personalità dei suoi  ospiti, che con due diversi itinerari, proprio due mesi prima avevano fatto ritorno alla villa di S.Gaudenzio: Alessandra dalla Germania e Giovanfrancesco da Madrid. Alessandra, gentildonna pratese nata Bocchineri, aveva avuto una vita molto avventurosa ed era stata dama di corte a Vienna. Dal padre Carlo, poeta e autore del poemetto 'Il Palladio', in lode di casa Medici, aveva ricevuto una buona istruzione. Quando egli diventò podestà di Bibbiena nel 1617 trovò da accasare laggiù la figlia, con il cittadino Lorenzo Nati, vedovo e già avanti negli anni, ma il matrimonio fu breve: nacque una figlia, Angelica, ma il marito morì all'improvviso. Come scrisse nelle sue memorie, Alessandra tornò a Prato e si ingegnò lavorando di ricamo nella casa paterna, dove vi erano otto figlioli tre femmine e cinque masti; come io trovassi la casa finita et senza un minimo sussidio per alimentar detta famiglia lo sa Dio benedetto, io ero la più vecchia che fussi in casa et pure ero giovane; poiché mio padre era carico di debiti et si trovava a Firenze dreto a rendere gli Ufizi, et dreto alle liti, et alle diavolerie, che ce n'era in abondanza. Nel 1621 Alessandra si risposò con il gentiluomo aretino ed eccellente musicista Giovanfrancesco Rasi, prediletto del duca di Mantova: fu un matrimonio di convenienza  e dopo pochi mesi il Rasi morì di febbre violenta. Alessandra, rimasta sola, accettò di partire per Vienna, come una delle cento dame che accompagnavano la sorella del duca di Mantova, destinata a diventare laggiù la futura imperatrice. Fu lì che conobbe e sposò Giovanfrancesco Buonamici. Appena tornata in Italia, nella tarda primavera del 1630, cominciò a costruire una straordinaria amicizia con Galileo. Straordinaria non solo per aver conosciuto da vicino il grande scienziato, quanto per la simpatia e la frequentazione intellettuale che la legò a lui, che la definì donna di fini “ragionamenti, tanto sollevati da comuni femminili, anzi tali che poco più significanti ed accorti potranno aspettarsi dai più periti uomini e pratici delle cose di mondo”.

Lettera di Alessandra Bocchineri a Galileo Galilei. Da Prato, 28 Luglio 1630:
Son rimasta così appagata della gentilissima conversazione di V. S. e tanto affezionata alle sue qualità e meriti che non saprei tralasciare di quando in quando di salutarla e pregarla che si compiaccia farmi sapere nuove della sua salute, e conservare insieme memoria del desiderio ch'io tengo d’essere onorata di alcun suo comandamento. E se non fusse che V. S. tiene qua persone  che credo per l'affetto che V. S. porta loro la costringeranno a venire a favorire queste nostre parti, avrei preso ardire di  supplicare V.S. che volesse consolarci colla sua presenza ne' prossimi giorni del principio di agosto: ma perché mi prometto di goderla in ogni modo mi riserbo ad altra occasione a implorare questa grazia, che sarà anco comune al signor Cavaliere mio marito che aspetto ad ogni punto torni di Val di Bisenzio e in nome suo saluto V. S.E, e di tutto core le bacio le mani e resto schiava alle sue virtù.

La storia dell’amicizia fra Galileo, Alessandra e Giovanfrancesco Buonamici, testimoniata anche dall’ultima lettera di Galileo scritta da Arcetri il 20 dicembre 1641, è simboleggiata dall’antica Vigna delle Veneri, a settentrione della villa di S.Gaudenzio a Sofignano, da cui veniva tratto il vino che piacque particolarmente a Galileo. Di questo erano ben consapevoli i discendenti di Giovanfrancesco, che ne conservarono gelosamente la memoria: fino a Ranieri Buonamici, l’ultimo erede diretto, che nel 1841, due secoli dopo la morte di Galileo, fece  murare un'iscrizione nella ricostruita Vigna delle Veneri.
Di essa resta ancora viva la memoria, sul pianoro digradante dalla costa delle Scope, sulla riva destra del rio Bronia. Qui al tempo di Galileo si coltivavano vitigni tipici toscani e ancora, a distanza di secoli, a S. Gaudenzio come a Savignano nei possessi dei Buonamici, resta traccia dell'impianto tradizionale, a viti maritate con acero campestre (comunemente detto 'oppio'), in un appezzamento vitato e olivato. I tipi di cultivar erano il Sangiovese e l'Aleatico, il Canaiolo e il Colorino, per le uve nere, e la Malvasia a bacca lunga ed il Trebbiano, per le bianche. Il vigneto, declinante ad esposizione sud/ovest, a 300 metri s.l.m., porta ancora i segni di un passato glorioso, cui ci rimanda Francesco Redi nel suo Bacco in Toscana.

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