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Il cuore storico del capoluogo - Museo della Badia di Vaiano

La Badia di Vaiano è il cuore storico del capoluogo: intorno a questo complesso monastico di epoca altomedievale, con notizie documentate fin dai primi anni Mille) sorse il primo agglomerato urbano.
Il Museo occupa l'ala sud dell'antico monastero benedettino vallombrosano (comprendente il refettorio e l’appartamento dell’abate con cappella e scrittoio decorati nel XVIII secolo), ma tutto il complesso della Badia di Vaiano deve essere considerato museo di se stesso. Attraverso l'esposizione dei reperti archeologici e degli arredi dell’antico monastero illustra la vita quotidiana dei monaci e la loro funzione religiosa, economica e sociale nel territorio:
- Le attività dei monaci e il tempo del lavoro;
- la Badia di Vaiano e il tempo della preghiera; la Compagnia del SS. Sacramento e le Congreghe del Rosario e di S. Cristina; processioni, viatico e religiosità popolare;
- le chiese del territorio sono i temi affrontati nelle sale del museo.
La Badia di Vaiano ha avuto una storia complessa e molto interessante: dalla sua fondazione in epoca altomedievale, molto probabilmente ad opera di un clan familiare longobardo, alla sua adesione alla riforma vallombrosana, capitolo toscano della Renovatio Ecclesiae dell’XI (che dal papa Gregorio VII prende il nome di Riforma Gregoriana), per arrivare alla soppressione del monastero nel 1808 ad opera delle truppe napoleoniche.
Nel corso della sua lunga storia la Badia ha legato le sue vicende a quelle di illustri personaggi, come Carlo de’ Medici, figlio naturale di Cosimo il Vecchio e Giovanni de’ Medici, futuro papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico.
Nel 1538 visse a Vaiano Agnolo Firenzuola, uno dei più interessanti scrittori del tardo Rinascimento, con la funzione di “usufruttuario e amministratore perpetuo” del monastero. Questa sostanziosa prebenda gli permise di vivere tranquillamente a Prato, conteso nei ritrovi pomeridiani e serali da tutte le più nobili famiglie, libero di “coltivare i dolcissimi orti delle dilettevoli Muse”.
In questo periodo compose le sue opere più famose come La prima veste dei discorsi degli animali, in cui con suggestiva invenzione esalta le bellezze naturali della val di Bisenzio e di tutto il territorio pratese (dimostrandone anche un’ottima conoscenza), e i Dialoghi sulle bellezze delle donne, tesi a descrivere le forme della donna ideale.
Il Firenzuola rimase abate di Vaiano per soli due anni, probabilmente i più felici della sua vita: mantenne però il titolo di pensionarius  della Badia, che gli garantiva una modesta rendita,  fino alla morte avvenuta nel 1543.
Il complesso architettonico e artistico del monastero di S. Salvatore (notificato nel 1982 dalla Soprintendenza per Beni Ambientali e Architettonici di Firenze e Pistoia ex lege 1089/39) si presenta oggi come il risultato di un lavoro millenario di costruzione. Anche se tutto l’edificio deve essere considerato come un organismo unico, in esso si possono distinguere tre fasi costruttive diverse: la chiesa e il campanile, il monastero.
La chiesa presenta un impianto basilicale e presbiterio rialzato dalla cripta sottostante, secondo un uso tipico del romanico. Le navate, con il tetto a capriate lignee a vista, sono separate da archi sostenuti da pilastri quadrilateri e privi di decorazione, che si rifanno ai caratteri del più antico romanico, largamente diffuso nel territorio fiorentino.  L'impianto della chiesa, conclusa originariamente da tre absidi semicircolari, è quello primitivo del monastero benedettino: cronologicamente si deve collocare intorno alla prima metà del secolo XI, sia per i caratteri del paramento murario, sia per lo schema a tre navate, assolutamente inconsueto per i Vallombrosani e quindi precedente il loro arrivo.
Nella chiesa si conservano pure opere dei secoli seguenti. Tra queste i dipinti di Giovanni Maria Butteri (1540-1606), allievo di Agnolo di Cosimo detto il Bronzino: una tavola con il Crocifisso (1580), sul cui fondo si vede la raffigurazione sommaria della Badia, e una tela con La Madonna col Bambino in trono, San Giovannino, Sant'Andrea Apostolo e San Lorenzo, commissionata nel 1586 dall'abate don Andrea da Gaiole. Al secolo seguente appartiene una tela di Orazio Fidani (1606-1656) raffigurante La Vergine e il Bambino che appaiono a San Francesco, mentre di tutte le opere realizzate dall’abate don Vittorio Lapini fra ‘600 e ‘700 rimangono il coro ligneo con al centro il grande leggio (il badalone) ed i quattro altari laterali.
Collegata alla chiesa è pure la sacrestia del 1736-1738 nella quale si trova un articolato mobile in noce caratterizzato da struttura che conserva un carattere ancora seicentesco mentre la parte terminale con motivi fitomorfi e vasi pirofori è un vero capolavoro di intaglio rococò, secondo il più aggiornato gusto dell'epoca. Nella parte centrale del fregio, caratterizzata da un timpano spezzato, è inserito lo stemma del monastero. Motivo di interesse è la scoperta dei nomi degli intagliatori pratesi che lavorarono alla sua realizzazione: Guido Vaggi, Nicola Zelmi, Lorenzo Magnolfi, che testimoniano il notevole sviluppo raggiunto a Prato nel settecento dall'artigianato del legno.
L'alta e slanciata torre campanaria (40 m.) è tipica dell'architettura vallombrosana. La sua costruzione risalirebbe all'epoca dell'abate don Verde (1258-1266), ma egli probabilmente modificò una struttura precedente: Vaiano era infatti una “villa” al confine del territorio pratese e poi fiorentino e la torre, oltre alla funzione liturgica poteva assolvere anche a funzioni difensive, come indicano le caditoie per la difesa piombante. Nella parte inferiore del campanile si apre una sola monofora, mentre i due ordini superiori presentano una bifora sui quattro lati.
Nella cella campanaria soprastante si aprono quattro grandi monofore che, fino al restauro del 1974, ospitavano il doppio di campane fuse nel 1777 per ordine dell'abate don Ambrogio Lavaiani. Tutta la struttura, semplice ma possente, è rivestita di un regolare paramento in alberese, alternato da rade fasce in serpentino o "marmo verde di Prato". Il coronamento in aggetto, con la merlatura sormontata dal tetto a travi lignee, è frutto di un intervento quattrocentesco.
Il complesso architettonico si articola intorno al chiostro da cui si accedeva agli ambienti del monastero: la sala capitolare, la camarlingheria (per il monaco che riscuoteva i fitti, il camarlingo), il “salotto” di collegamento fra la cucina e il refettorio, la residenza dell'abate. Al piano superiore erano situati i dormitori dei monaci, la camera del priore (il monaco addetto alla cura pastorale della borgata) e i magazzini al riparo dalle frequenti inondazioni. La costruzione del chiostro avvenne negli anni 1460-70 all'epoca del commendatario Carlo de' Medici, proposto di Prato. Analogie strutturali nell'impianto generale e nei particolari (capitelli scolpiti e formelle in terracotta con stemma mediceo) si notano tra il chiostro di Vaiano e il loggiato meridionale del palazzo vescovile di Prato, antica residenza del proposto. Si possono fare riscontri interessanti con il chiostrino della canonica di S. Donato a Calenzano, costruita nel 1460 proprio da Carlo de' Medici, e con i chiostri della basilica fiorentina di S. Lorenzo e della Badia Fiesolana, costruiti da Cosimo il Vecchio. Attualmente gli ampi corridoi, ricavati dal tamponamento dei loggiati del chiostro, e molti ambienti del monastero conservano interessanti decorazioni con prospettive architettoniche a ‘trompe l’oeil’, stemmi celebrativi e ‘paesaggi d’invenzione’.

Gli scavi archeologici testimoniano in origine la presenza di numerose tombe longobarde sotto la chiesa, di una delle quali è possibile vedere i resti nel percorso visita del Museo della Badia, visitabile sempre il sabato e la domenica: al suo interno, nell’antico scrittorio dell’abate, sono conservate edizioni rare di opere a stampa di Agnolo Firenzuola, cui è dedicata una delle tre Case della Memoria di Vaiano: le altre due sono la casa natia dello scultore Lorenzo Bartolini a Savignano e la villa del Mulinaccio, dedicata al letterato e viaggiatore Filippo Sassetti, che morì a Goa nel 1588.

Orari Museo
sabato ore 16.00-1900
domenica 10.00-12.00 e 16.00-19.00
Ingresso gratuito

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